VOLARE SU LIERNA

Il giornalino della scuola primaria di Lierna

giugno 2005 anno 10 n.2

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Intervista a nonno Livio

disegno- bambino a scuola

Questa mattina abbiamo fatto una bella chiacchierata con il signor Livio, nonno di Michela e Mattia.
“Ho iniziato la scuola elementare nel 1937 e l’ho terminata nel 1941, in pieno periodo fascista.
Le classi erano miste e si andava a scuola solo al mattino, poi fu istituito il doposcuola.
Facevamo l’ intervallo, ma non portavamo niente da mangiare perché eravamo poveri.
I maschi indossavano la divisa fornita dalla scuola: pantaloncini grigio-verde, una blusa nera e un cappello (tipo fez). Venivano chiamati ”Balilla”.
Le femmine invece indossavano una blusa bianca con una gonna nera: erano le ”piccole italiane”.
Due volte alla settimana si andava sul piazzale della chiesa a marciare e si cantavano canzoni inneggianti al fascismo.
Il 24 maggio a Lierna si teneva una manifestazione in onore del duce e i bambini che andavano a marciare ricevevano in regalo delle cartoline.
I genitori però, contrari al fascismo, non mandarono i figli e il giorno dopo, alla marcia non c'era nessuno tranne le autorità.
Il giorno successivo i papà furono convocati in Comune e richiamati per quanto successo.
Ogni mattina a scuola per farci crescere sani e forti, ci davano l'olio di fegato di merluzzo: era davvero cattivo, ma bisognava berlo!

disegno - somministrazione di olio di fegato di merluzzo
Ognuno aveva il suo cucchiaio che però non si poteva lavare perchè non c'erano i bagni con l'acqua, così dopo qualche giorno puzzava tremendamente. Le mamme ci davano un po' della carta dello zucchero per pulire il cucchiaio.
Al mio maestro piaceva molto raccontarci delle storie, passavamo intere mattine ad ascoltarlo, ma così imparavamo poca matematica.
A me piaceva molto leggere leggevo bene, infatti il maestro mi mandava alla cattedra a leggere ai compagni; mi piaceva anche la storia ma non ricordavo mai le date degli avvenimenti principali.
Noi parlavamo in dialetto e a volte anche l'insegnante.
Con i bambini discoli il maestro usava le mani e i genitori non osavano dire niente, anzi davano al figlio un castigo anche loro.
I bambini potevano essere bocciati: ricordo che nella mia classe c'era un bambino del 1928 (gli altri erano del 1931); i più meritevoli venivano premiati con delle cartoline o venivano date alle famiglie 5 lire che poi si dividevano.
Le cartelle erano di cartone, gli astucci non esistevano, però c'era una matita, una penna e una scatola di pennini; c'era il temperino e chi non lo aveva lo portava via ai compagni.
Si studiava storia, si leggeva e si scriveva, non si disegnava.
Si facevano delle recite, dei saggi in occasione del Natale, della Pasqua e del compleanno del parroco.
Mi ricordo che quando il parroco compiva gli anni, il maestro mandava un bambino e una bambina a fargli gli auguri e questi ritornavano a scuola con due vassoi di biscotti secchi.

disegno - gli auguri al parroco

Era un avvenimento che ricordavamo per settimane!!
Andavamo a scuola con gli zoccoli. All'intervallo giocavamo a pallone (in realtà erano stracci legati insieme). Qualcuno nel calciare perdeva uno zoccolo e i compagni più discoli glielo nascondevano, così rientrava in classe solo con le calze (calze pesantissime fatte con la lana delle nostre pecore).
Ricordo due episodi particolari successi quando andavo a scuola.
In 3^ con me c'era Luciano, il classico monello disperato, e Celestino, un bambino pacioccone, bravo e buono.
Luciano prendeva di mira sempre Celestino, minacciando di picchiarlo.
Un giorno a fine lezione, Celestino esce di corsa dalla classe con la sua cartella di legno (fatta dal papà) per non essere preso da Luciano. Questi lo insegue; arrivati a Olcianico, quasi lo prende ma Celestino torna indietro.
Il maestro che aveva intuito le intenzioni del monello, seguiva i due. Appena Celestino lo vede si butta ai suoi piedi, ma Luciano prende ugualmente il compagno e lo picchia.
A quel punto l'insegnante lo afferra per il collo e lo schiaffeggia, facendogli uscire moltissimo sangue dal naso.
A quei tempi si pativa la fame e come noi, anche un maestro (figlio di un ferroviere) che era originario di Trieste.
A volte gli portavamo a scuola pane formaggio o della frutta.
Un giorno un mio compagno aveva portato dei cachi, ma quelli piccoli, non buoni.
Il maestro che aveva già assaggiato quei frutti, ma quelli grossi, buoni e dolci, ne prende uno e con voracità lo mangia quasi in un boccone.
Disgustato, ha tirato quel che rimaneva del caco al mio compagno.

Classe 4^A

 

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