VOLARE SU LIERNA

Il giornalino della scuola primaria di Lierna

dicembre 2005 anno 11 n.1

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L’ABBIGLIAMENTO NEL PASSATO - INTERVISTA AI NONNI

Sono intervenuti:
- Il signor Angelo – papà della maestra Giordana
- Il signor Enrico – nonno di Alessandro
- La signora Pierina – bisnonna di Valentina
- La signora Silvana – nonna di Valentina
1) COME CI SI VESTIVA QUANDO ERAVATE BAMBINI?
ragazzo con pantaloni maglietta e sandali ANGELO – Io sono di Mandello. Quando ero piccolo era il tempo della guerra d’Africa, per cui soldi in giro ce n’erano veramente pochissimi.
Gli unici che potevano permettersi vestiti di un certo tipo erano i signori di Milano, che noi chiamavamo SCIURI. Queste persone facevano beneficenza quando venivano a Mandello e regalavano ai poveri i vestiti usati. Noi che al contrario dei SCIURI venivamo chiamati PITOCCH, cioè senza soldi, spesso ci dovevamo accontentare di questi vestiti. Mi ricordo che indossavo solitamente dei pantaloni, una maglietta, raramente la camicia e come scarpe avevo un paio di zoccoli per tutti i giorni e dei sandali per la festa. Le calze le portavo raramente, anche perché davano un certo fastidio, essendo di lana grezza.
ragazzo con pantaloni rattoppati ENRICO – l’abbigliamento variava da città a paese. Io che ho abitato sia a Lecco che a Perledo ho visto questa differenza.
Comunque io ho sempre portato i calzoni corti, quasi fino a 20 anni. Erano comodi perché si giocava molto e non si stava mai fermi. Bisognava stare attenti a non rovinare gli abiti che si avevano, altrimenti erano sgridate. Mi ricordo che avevo un cappotto (che tutti chiamavamo PALETOT): quando dovevo andare a giocare lo portavo in una casa, lo appendevo e alla fine del gioco andavo a riprenderlo. I vestiti se si rompevano venivano riparati e solo in casi estremi si buttavano. Le mamme e le nonne erano brave a fare il rammendo e a cucire, oltre che a lavorare a maglia. In casa si faceva di tutto, anche le scarpe (i PEDULI) con la suola di copertone. Se c’era un lavoro difficile da fare ci si rivolgeva a due persone che in paese non mancavano mai: il sarto e il calzolaio.
donna che usa l'arcolaio ANGELO – E’ vero che si faceva tutto in casa. Io mi ricordo la mia nonna che filava la lana con l’arcolaio(il FILARELL). Me la ricordo perché poi con quella lana si sferruzzavano delle calze che pizzicavano da morire!
ragazza con vestito ereditato dalla sorella PIERINA – In famiglia noi eravamo quattro sorelle, per cui c’erano quattro persone da vestire.

Ci passavamo i vestiti l’una con l’altra. Io portavo delle gonnelline al ginocchio e dei maglioncini fatti a mano. Avevo gli zoccoli che portavo con dei calzettoni che arrivavano al ginocchio. In casa si aggiustava tutto, si cuciva, si allungavano e si accorciavano i vestiti a seconda delle necessità.

SILVANA – La mia mamma (la signora Pierina N.B.) era brava a cucire, quindi i vestiti me li preparava lei. Per questo ero fortunata. Infatti quando ero piccola abiti se ne compravano pochi o niente e di certo non esistevano le giacche a vento.


2) RICORDATE L’ABBIGLIAMENTO DEI VOSTRI NONNI?
ragazzo con maglietta scura PIERINA – Mi ricordo che le donne di una volta portavano dei vestiti scuri, lunghi. Al massimo la stoffa dei vestiti aveva dei piccoli fiorellini.

Si portava molto il grembiule e un corsetto sotto il vestito.

ENRICO – Io mi ricordo che da Premana e Perledo scendevano le donne che indossavano il costume tradizionale, quello che avete visto voi al museo.

ANGELO – La mia nonna faceva la lavandaia e aveva un abito particolare: portava un corsetto scuro, gonna lunga a pieghe e un grembiule azzurro di tela. La domenica invece indossava una gonna più leggera, il corsetto e una camicia bianca.

PIERINA – Le donne di un tempo usavano quasi solo colori scuri per i loro abiti, come il marrone e il grigio verde. Vestirsi di blu era ritenuto molto elegante.

SILVANA – C’era anche il vestito per il lutto. Se mancava una persona cara (marito, genitore, figlio) le donne indossavano il lutto, cioè si vestivano di nero, per un anno intero. Anche gli accessori dovevano essere neri.

ANGELO – I bambini invece portavano un bottone nero applicato alla giacchetta o una fascetta nera.

3) RICORDATE COSE PARTICOLARI RIGUARDO ALL’ABBIGLIAMENTO?
ragazzi al tempo del fascismo ANGELO – Al tempo del fascismo, i bambini e le bambine erano obbligati a presentarsi a scuola il sabato e nelle ricorrenze indossando una divisa.
Le bambine, che venivano chiamate le PICCOLE ITALIANE, portavano una gonna nera, una camicia bianca e una specie di cappellino nero che sembrava una calza. Per i maschi era diverso perché la divisa cambiava a seconda dell’età. I bambini dell’asilo e dei primi anni delle elementari venivano chiamati FIGLI DELLA LUPA. Indossavano dei pantaloni grigio – verde, una camicia nera e delle bande di stoffa bianche che si incrociavano sul petto e che al centro avevano una M che stava per Mussolini, il capo del partito fascista.
Negli altri anni delle elementari si diventava dei BALILLA e insieme ai pantaloni grigio – verde si portava la camicia nera e come cappello un fez senza fiocchetto.
Dalle medie in su si era AVANGUARDISTI si dovevano portare i pantaloni alla zuava ( stretti al polpaccio), camicia grigio – verde, fazzoletto azzurro sulle spalle e il fez con il fiocco.
Anche le donne avevano una specie di divisa. Infatti c’erano le MASSAIE RURALI che portavano una lunga gonna marrone, una camicia fiorata e un foulard con stampati dei fiori di campo.
Comunque quando non c’erano ricorrenze e non era il sabato fascista, noi bambini andavamo a scuola con i nostri abiti normali e con il grembiule nero.
bambino tutto fasciato PIERINA – Una volta i neonati venivano fasciati come una mummia con delle fasce che servivano a tenere le gambe e le braccia dritte.

Sotto le fasce c’era un “patello” di stoffa che non si buttava quando era sporco, ma si lavava.
I vestiti erano pochi e non ci si poteva rifiutare di metterli. Non potevamo scegliere come fate voi oggi, che magari fate anche qualche capriccio perché una cosa non vi piace. Quello c’era e quello bisognava mettere, bello o brutto.

ANGELO – Adesso vanno tanto di moda i pantaloni alla corsara, i pinocchietti. Un tempo chi portava questi pantaloni veniva preso in giro, perché erano sinonimo di zoticone.

ENRICO – Sì, a Lecco per esempio gli si chiedeva se L’ERA VEGNU GIO’ DE MURTERON, se era sceso da Morterone, una località di montagna un po’ sperduta.

ANGELO – Io ricordo come era vestito mio nonno. Portava un abito grigio di fustagno, la camicia senza colletto, con una specie di collarino. Non mancava mai il gilet che era fatto di stoffa davanti e di fodera dietro per risparmiare. Mi viene in mente il mio nonno che teneva il tabacco nel taschino del gilet e insieme ci teneva anche le caramelle. Quando mi dava una caramella, questa sapeva tremendamente di tabacco, ma era pur sempre un dolce e quindi non si rifiutava. Nel taschino si teneva anche l’orologio a cipolla. A proposito di tasche: quelle dei pantaloni arrivavano fino al ginocchio, perché gli uomini ci mettevano dentro un sacco di cose.

ENRICO – Una curiosità? Certo: i mutandoni legati al ginocchio. Una stranezza? Vedere una donna con i pantaloni. Questa cosa rappresentava uno scandalo, come il vedere un uomo con i capelli lunghi.

ANGELO – Si diceva infatti: OMM CUI CAVEI LUNCH E DUNA CUI CULZON, EL MUND EL VA A BURLON! Cioè: uomo con i capelli lunghi e donna con i pantaloni, il mondo va in rovina.


( Lavoro svolto dal gruppo “Squadra Cobra”)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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